Zarelli invincibile. Ecco il nostro programma per cambiare il calcio dilettanti

admincalciovero 6 Gennaio 2021 0
Zarelli invincibile. Ecco il nostro programma per cambiare il calcio dilettanti

di Emilio Piervincenzi

Credo che Melchiorre Zarelli sia, dopo la certezza della sua rielezione, il dirigente sportivo più longevo del mondo. Nemmeno Antonio Samaranch, che fu presidente del Cio per 21 anni, ha saputo fare di meglio. Francamente non ricordo nemmeno da quanti anni Zarelli sia il presidente del calcio dilettanti del Lazio. Prima di lui Antonio Sbardella, di cui Melchiorre era segretario: da quando prese il suo posto, non c’è stata soluzione di continuità.

Questa ennesima riconferma, (la quarta? la quinta? i ricordi si smarriscono nel tempo….) induce a diverse considerazioni, che mi accingo a portare alla vostra attenzione, amici lettori.

La prima: l’uomo è capace di gestire e mantenere il potere, su questo non si possono nutrire dubbi. Se poi il suo potere ha portato dei benefici al movimento dilettantistico laziale può essere controverso. A mio parere, per i cinque anni che mi hanno visto presidente di una società di Eccellenza con un sia pur esiguo settore giovanile, Zarelli è sempre stato un dirigente presente. Quello che mi sento di dire, da ex presidente, è che in quei cinque anni le cose non sono peggiorate. Posso anche dire che non sono migliorate ed è questo il punto, in fondo.

Un nuovo presidente avrebbe saputo fare meglio? Non conosco il piano politico gestionale di Melchiorre. So tuttavia, perché anche se n0n più come presidente nel calcio dilettantistico ci sono rimasto, quali sarebbero le innovazioni di cui il nostro mondo ha bisogno. Non si tratta di discorsi fumosi, generici, una sorta di manifesto delle buone intenzioni. Ma di un piano serio, di alcuni nodi da risolvere e di alcune novità da introdurre. E’ il mio personale contributo al calcio che amo, sperando che Zarelli sappia cogliere lo spirito costruttivo che lo guida.

Cominciamo.

I campi da gioco.

L’urgenza più grande che hanno le società è un campo dove allenarsi e dove poter costruire un futuro. Zarelli ne è consapevole, per avermelo confidato più volte, ma non ha mai trovato la forza oppure le idee per avviare un serio piano economico politico per ottenere dagli enti preposti i permessi e gli aiuti finanziari per costruire campi di calcio. Probabilmente non ha le conoscenze politiche adeguate all’impresa. E tuttavia, in periodi bui come questi, si potrebbe utilizzare quel barlume di luce che arriva dai fondi europei, il celeberrimo ormai recovery plan, per andare a bussare alle porte dei minsero dello sport e del ministero dell’economia. Un grande piano urbanistico-sportivo, capace di individuare le aree di proprietà pubblica o anche di proprietà privata, e realizzare campi da calcio, spogliatoi, centri ristoro. Tante piccole cittadelle del calcio, cui tutte le società possono accedere a patto che abbiano i requisiti necessari. Indivuare i requisiti necessari sarà compito di una apposita commissione tecnico-giuridico presieduta da un eminente giurista slegato da ogni laccio politico partitico.

Revisione dei campionati.

I campionati devono essere ridotti, se si vuole maggiore qualità. Avere una Promozione divisa in quattro gironi, e due gironi di Eccellenza (anzi, tre, causa Covid) porta in basso l’asticella. I campionati di Eccellenza, col tempo necessario,devono essere asciugati, e la promozione portata a tre gironi. Capisco le esigenze soprattutto delle province, delle squadre che ciascun borgo laziale pretende orgogliosamente di avere, ma il fine del calcio dilettantistico non è quello di fare contenti i peraltro sparuti spettatori di un paese laziale, ma di ampliare la platea dei praticanti, soprattutto a livello giovanile. Il calcio dilettantistico, caro Zarelli, deve avere per prima cosa una funzione sociale, pedagogica, solidale. E dunque questo ci porta al terzo punto.

I giovani.

Solidarietà, socialità, coinvolgimento. A queste tre stelle polari il calcio dilettantistico deve puntare il suo timone. Parliamoci chiaro: a che cosa servono i campionati di Eccellenza e Promozione (per non parlare di quelli inferiori) se non a far divertire chi ha ancora voglia di tirare un calcio ad un pallone, solitamente calciatori che non ce l’hanno fatta e che usano i campionati dilettantistici per racimolare qualche euro? Peggio ancora la situazione che consente a uomini ormai fatti, dai trenta in su, di utilizzare un campionato come sostentamento per sé e la sua famiglia. Che cosa c’è di dilettantistico in questo? Caro Zarelli, gettiamo tutti insieme la maschera dell’ipocrisia: il calcio dilettantistico prevede – questa è la norma scritta – un rimborso spese al calciatore previa apposita e puntuale documentazione. Chi fa questo? Sappiamo tutti che una società di Eccellenza per non retrocedere deve mettere a budget almeno 60-70 mila euro a stagione. E che se vuole provare a vincere di euro ne deve spendere almeno il doppio! Suvvia, presidente: gettiamo tutti la maschera e guardiamoci dritto negli occhi. Le chiedo: che cosa è per lei il campionato regionale di Eccellenza? Ho apprezzato nel corso dei miei cinque anni i suoi sforzi nel mantenere alto, il più alto in Italia, il numero dei giovani in età di lega in campo. E’ un passo importante, che è stato ed è contestato dalle società che militano nelle province delle province, causa mancanza di giovani calciatori. E non hanno tutti i torti. Ma c’è sempre qualcuno che ci guadagna e altri che ci rimettono quando una legge viene promulgata. Bisogna trovare però il modo di venire incontro alle società che, non per loro colpa, sono svantaggiate. E questo non è mai stato fatto. Come? Ad esempio dando sovvenzioni economiche alle società di provincia al punto che esse possano fornire scuole calcio gratuite, oppure cancellando la spesa dei cartellini. Non so, sono solo due idee ma altre possono arrivare.

Gestione economica.

Ed eccoci alla grana più rognosa. I soldi. Chi si può permettere di spendere 100mila euro a stagione per mantenere una squadra di Eccellenza (tra “rimborsi”, spese di gestione e manutenzione del campo, stipendi a tecnico e staff tecnico, spese di iscrizione al campionato, abbigliamento sportivo, trasferte, medico sociale e terapie, eccetera…)? Credo che presidenti-imprenditori in grado di farlo non arrivino a cinque o sei. E perché si dovrebbero spendere tutti questi soldi? Per mera passione, come faceva il sottoscritto? O c’è altro? Non voglio entrare in antipatici e scivolosi discorsi su sponsor veri o presunti, su fatture vere o gonfiate, su amicizie politiche e scambi di favori. Di esempi simili, nel corso di questi anni, ne abbiamo avuti molti.Esempi che odorano di marcio e che hanno gettato disdoro sull’intero mondo calcistico dilettantistico laziale.

Il tema vero è che bisogna intervenire drasticamente sia queste spese. Come? In due modi. 1 – Pretendere il rigoroso rispetto delle norme che regolano la corresponsione dei rimborsi; mettere un tetto agli stessi rimborsi (perché non è pensabile che un ragazzo spenda più di 100 euro alla settimana per raggiungere il campo di allenamento). Si obietterà: va bene, ma poi i presidenti per avere quel calciatore provvederanno a dare soldi in contanti, in nero. Corretto: ma a quel punto sarà colpa solo e soltanto di quel presidente fuorilegge, e non dell’intero sistema. E comunque mi batterei per far approvare una norma che prevede, in caso di flagranza, la retrocessione della squadra e la radiazione a vita del presidente malfattore.

Per tentare di portare sangue nuovo nelle sofferenti casse delle società dilettantistiche, il presidente Zarelli dovrebbe pensare più in grande. Dovrebbe ad esempio promuovere uno sponsor nazionale, per tutti i campionati di eccellenza, e magari chiamare il campionato con il nome dello sponsor, come la serie A fa con Tim.  O se gli altri non ci stanno, pensare a un unico sponsor regionale. Dovrebbe farsi pagare i diritti di ripresa tv, e se già lo fa dovrebbe farseli pagare di più. Dovrebbe svecchiare il suo entourage, e se non lo può fare dovrebbe almeno inserire nel suo staff qualche giovane con le idee chiare e un pizzo di follia. Dovrebbe lasciare il palazzo di via Tiburtina e farsi dare in comodato d’uso dalla Regione o dal Comune una sistemazione adatta e soprattutto gratuita.

Si potrebbe continuare a lungo, caro Melchiorre. Per ora il mio consiglio è semplice e modesto, riassumibile in una sola parola: coinvolgimento. Noi siamo qua.

Auguri (per l’ennesima volta…)

 

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